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DISCUTIAMO DI…
Questa pagina vuole raccogliere documenti e spunti di riflessione su varie tematiche.
I documenti saranno scritti e firmati dai singoli conponenti del direttivo dell’ Associazione Trans Genere, rimanendo della loro proprietà intellettuale.
Buona Lettura
UN ATTO POLITICO
di Darianna Saccomani
L’Associazione Trans Genere si avvia verso lo sviluppo di un nuovo percorso politico, di proposta innovativa nel quadro della lotta politica per l’affermazione del diritto della persona, nella logica indicata e prescritta nell’art. 3 della Costituzione Italiana, ovvero nell’affermazione del diritto della persona in quanto tale e non in relazione alla interpretazione che di questa si viene a dare attraverso categorie sociologiche relegate alla sessualità, all’identità di genere, piuttosto che alle idee politiche, filosofiche o religiose che questa persona esprime o alla propria provenienza.
Da persona transessuale compio un mio percorso di riflessione e di crescita politica e culturale che, dall’adesione a Crisalide Azione Trans mi porta alla fondazione, insieme ad altre persone, dell’associazione Crisalide Pangender, nello sviluppo del pensiero che la negazione del diritto ad una persona, semmai perché trans, non è altro che l’evidenza di una negazione di quel diritto a tutte le persone operato da una società o da politiche che rinnegano i principi costituzionali di uguaglianza dei cittadini e cittadine di fronte allo Stato, così come quei principi costituzionali che sono alla base e dovrebbero essere la matrice di ogni politica relativa allo Stato Sociale.
Parlare di diritto solo nell’ambito dell’identità di genere o nell’ambito degli orientamenti sessuali, dal mio punto di vista una limitazione ed una impostazione negativa dell’azione politica. La questione del diritto della persona, quel diritto all’autodeterminazione ed alla legittimità della propria interpretazione di sé, quel diritto a vedersi garantito dallo Stato la Salute, l’Istruzione, la Sussistenza, alla protezione di non cadere nell’indigenza, alla cultura, al vivere in un ambiente sano, ad aver garantita la possibilità di vivere dignitosamente nel momento che si esce dal ciclo produttivo.
Oggi tali problematiche rappresentano un punto cruciale del riconoscimento del diritto della persona, in ogni aspetto dove la sua dignità viene compromessa da politiche e da azioni che l’avviliscono e che la limitano. Oggi l’azione politica di una Associazione non può – a mio avviso – rimanere chiusa o ristretta nell’ambito di un segmento sociale, non può non tener conto della complessità socio, politica, culturale ed economica nella quale si vive. Una Associazione non può chiudersi nel ritenere sufficiente o esaustivo la lotta per l’acquisizione di diritti per una “categoria” sociale, a prescindere da tutto il resto. Una Associazione che oggi vuole affermare il diritto della persona in ogni aspetto della sua esistenza, deve saper trovare qual è la radice del problema e su questo agire.
L’incontro con Fabianna Tozzi, incontro di cui si è data ampia pubblicità, ha permesso di confermare che le nostre riflessioni si muovevano nello stesso senso, che l’urgenza di uscire da uno stereotipato modello di azione politica è necessario proprio per il contesto nazionale ed internazionale nel quale ci si trova.
La riflessione che ne è seguita è stata il riconoscere che la nostra storia personale o di associazioni, di attività politica all’interno dell’associazionismo LGBTQI, così come quelle anche esterne a tale ambito, rappresentano un patrimonio di esperienze e di ricchezza di pensiero che non può e non merita di essere cancellato. La nostra attenzione alla questione del diritto nasce e si acutizza non solo perché in noi è presente un forte senso di giustizia, ma anche perché noi abbiamo dovuto fare i conti direttamente con una società che ci ha ostacolato, ci ha rifiutato, ci ha negato, ci ha costrette e costretti a compiere percorsi difficili. Ma questa nostra storia personale ci offre la possibilità di cogliere, con la sensibilità di chi ha subito, ogni aspetto della negazione del diritto che, a questo punto, non è solo la negazione verso di noi, ma è la negazione del diritto della persona a prescindere dalla classificazione sociologica che le si vuole attribuire.
È il prendere coscienza con maggiore forza che è necessario concentrare lo sforzo di chiunque abbia questa sensibilità e questo senso di giustizia per sviluppare e attuare una vera lotta politica per la proposizione di una nuova proposta culturale, per l’affermazione di una cultura del diritto e l’affermazione e la realizzazione di quanto ci è stato garantito dalla Costituzione. Non è la lotta per l’ottenimento di un “privilegio” o il riconoscimento di un aspetto particolare del diritto che ci viene negato, semmai perché collocate e collocati in un certo segmento sociale, ma è la lotta che si sviluppa e si deve sviluppare perché ad ogni cittadino venga garantito quel diritto che la Costituzione ci ha riconosciuto, perché la società abbia la capacità di essere attenta ad ogni nuova espressione del diritto che si verrà a presentare nel tempo.
Il mio essere oggi membro del Direttivo di Trans Genere è quindi legato a questo progetto, a questa visione politica, a questa prospettiva in cui tutte le persone sono coinvolte nell’affermazione del diritto che le riguarda direttamente, anche quando loro stesse non riescono a cogliere la dimensione della negazione che le colpisce, semmai perché hanno la possibilità di non dover cadere negli ingranaggi di un sistema e di una impostazione politica che non ha alcuna cura per la tutela della persona, ma che è orientata all’affermazione dell’arroganza dei forti.
Un progetto politico, quindi, che ha le sue radici che non disconosce, anzi che afferma con forza, che dichiara, ma che è proiettata nella logica della convergenza della volontà di piena cittadinanza di ogni persona.
Ringrazio Fabianna Tozzi per questa ulteriore possibilità che ci stiamo regalando e che stiamo regalando a chiunque vorrà con noi cimentarsi in questa avventura.
Darianna Saccomani
L’AUDACE ESPLORAZIONE DI QUELLO CHE CONOSCIAMO
di Gabriele Dario Belli
“Ora che avete sfondato il muro a testate, che cosa farete nella cella accanto?” S.J. Leg
Un proverbio francese sostiene che “più le cose cambiano, più restano come sono”, definendo così con estrema sintesi, il rapporto paradossale tra la continuità e il cambiamento. Questo pensiero mette in evidenza un punto fondamentale spesso trascurato: che ciò che è stato e ciò che cambia vanno considerati insieme anche se hanno apparentemente natura opposta. E’ un esempio preciso del perchè ogni percezione ha un valore relativo visto che opera o per piacere o per paura.
Questa complementarietà mi spinge a riflettere profondamente sul significato della transizione perchè fin’ora siamo stati educati, oserei dire “programmati” a pensare che i cambiamenti, le trasformazioni avvengano senza comprendere che cosa siano “realmente”, senza sapere il perchè.
Ci si accontenta di vedere cosa avviene senza chiedersi il perchè di ciò che avviene.
Pensiamo di affrontare il lungo iter psicologico/burocratico che ci permette di giungere alla riattribuzione genitale e anagrafica senza valutare l’importanza di un’ analisi e di un’introspezione; diamo più importanza ai risultati estetici, soprattutto di omologazione, piuttosto che comprendere come capitalizzare il patrimonio di sensazioni che attraversiamo. Eppure il moto profondo che ci spinge verso la transizione, verso il cambiamento, non è solo la sopravvivenza, ma anche il benessere: per questo suggerirei un “obbligo morale” a cercare di conoscere il “perchè”. Il “perchè” dell’autentico valore della costruzione di sé.
Precisando che esiste una relazione di causa/effetto tra il comportamento passato e quello attuale, bisogna ricordare che il passato esercita un’influenza sul presente tramite l’interpretazione presente che una persona dà di un’esperienza passata. Per questo l’importanza del passato diventa non una questione di verità e di realtà ma un’occasione per guardare il presente in un’alto modo. Un modo che non sia inconsciamente legato a ciò che abbiamo vissuto in passato e che quindi lo liberi da questa visione limitata. Sappiamo bene quante delle nostre reazioni di oggi sono frutto di delusioni sentimentali, lavorative, sociali subite negli anni, e quanto siamo certi che la nostra reazione, spesso di chiusura, sia l’unica strada per preservarci da nuovi inganni. Quest’apparentemente legittima autodifesa avviene ad ogni respiro, in maniera automatica come un’abitudine, la chiamiamo “frutto dell’esperienza” e definisce il “mio” momento, la “mia” scelta, il “mio” desiderio, la “mia” opinione, la “mia” autorità ecc..ecc…
Questi sono tutti pensieri, e il pensiero è la risposta della memoria. La memoria, la conoscenza, sono immagazzinate nel cervello e rispondono come pensiero. Ma attenzione, è qui il problema: il pensiero nutre, prolunga il dolore psicologico e da forma a quello fisico.
Approfondiamo questo punto: se decidessimo di osservare questo processo con spirito d’indagine potremmo vedere che ciò che chiamiamo “sè” è in verità una costruzione della nostra mente e non è nemmeno costante.
Quindi se ricerchiamo in profondità un’essenza individuale stabile e indivisibile, quel “noi” che sottostà alla nostra esperienza, è probabile sia frutto di ulteriori pensieri. Possiamo allora davvero dire di essere il nostro nome? Certo che no, il nome non è che un’etichetta. Questo vale per l’età, il genere, le scelte. Nulla di tutto questo è fondamentale ai fini della nostra identità. L’”io” è una mera convinzione, riconoscibile grazie ai suoi attributi, nessuno dei quali preso singolarmente o collettivamente è rappresentativo della persona nella sua interezza; inoltre questo “io” ha la tendenza a dissolversi e a ricomporsi continuamente, ha una forte tendenza a sentirsi sminuito, insicuro, incerto.
Poi vi è il problema delle pressioni esterne. L’”Io” tende a sentirsi soddisfatto quando le circostanze esterne mantengono la buona opinione che ha di sé, e a entrare in crisi quando invece deve affrontare critiche, difficoltà e presunti ostacoli e sconfitte. Qui sta forse la spiegazione più attendibile per la scarsa autostima che hanno molte persone, per questo è facile perdere l’equilibrio e sentirsi vulnerabili quando non troviamo sostegno alle nostre esigenze di approvazione.
E’ quindi assai probabile che si continui a cercare stabilità interiore ricorrendo a compensazioni esterne, al possesso materiale e alle persone da cui ci si sente o si vorrebbe essere amati. In questo modo manteniamo in funzione la nostra autocostruzione. Eppure nonostante gli sforzi, potrebbe non esserci ancora serenità ed equilibrio, potremmo sentirci confusi, insoddisfatti.
Continuando a non porci domande più profonde, lasciamo che i nostri pensieri causino degli effetti che condizionano la nostra vita senza rendercene conto, pagandone, prima o poi, un prezzo davvero alto.
Ma se decidiamo di osservare la nostra vita e se impariamo ad osservare dentro di noi potremo riconoscere due forze molto vive: l’una di paura e l’altra di piacere.
E se osserviamo la nostra vita, non è forse vero che proviamo un grande senso di sforzo, di insufficenza, di conformismo, di solitudine, di noia, di paura, di ricerca del piacere?
E visto che non riusciamo a risolvere tutto questo, non è vero che vogliamo scappare?
Purtroppo abbiamo preso, tutti, l’abitudine di vivere con la sofferenza, con il disagio e abbiamo trasformato la vita in qualcosa che non può essere cambiato e perciò fuggiamo dal problema centrale. Noi dobbiamo riuscire ad osservare TUTTA la nostra esistenza, senza rimozioni, senza prima e dopo, senza transizione e riattribuzione, dobbiamo osservare questa frammentazione che chiamiamo “vita”, e che include il fatto di guadagnarsi da vivere, e di provare dolore fisico e psicologico, come una totalità costruita da noi. Dobbiamo guardare ciò che è realmente senza spaventarci o sentire che non c’è speranza, dobbiamo guardare e scoprire che un cambiamento è possibile.
Quanto sto dicendo riguarda ovviamente ogni essere umano, ma verso le persone transessuali ho il desiderio di dare maggiori spiegazioni, perchè è da tempo che mi sono fatto l’idea che la transizione non basta. Non basta a rendere le persone transessuali libere, non basta a “sanare” quello che pensiamo ci sia stato levato, se continueremo a pensarlo. Dobbiamo mettere ordine cercando la verità, perchè chi non cerca la verità vive nell’ipocrisia, perchè la verità è la proiezione della sua memoria, dei suoi desideri, della sua intenzione di trovare qualcosa di diverso da ciò che è.
Quante volte abbiamo cercato di diventare qualcuno che non siamo per essere amati, riconosciuti, “accettati”, quante volte abbiamo pensato ci mancasse qualcosa, abbiamo pensato di “cambiare” per gli altri, anche oltre la transizione, invece di amare e rispettare noi stessi comprendendo davvero ciò che siamo?
Quando parlo di non accanirsi di essere “qualcuno” e di provare invece di “essere” direttamente, intendo dire che si deve partire da ciò che si è, smettendo di cercare di apparire migliori e uguali a qualcun’altro per timore di essere inferiori, di placare un vivere in continue reazioni di frustrazione, rabbia, rassegnazione che legittimano una chiusura verso il mondo reale e l’affrontare problemi reali.
Pensate davvero che la transizione presa come solo passaggio burocratco, estetico, chirurgico,
cancelli gli anni di sofferenza, di disagio, di paura? Pensate davvero di dimenticare e non reagire inconsciamente a quanto immagazzinato nel vostro passato? O forse, onestamente, potete ammettere che rimangono dei conflitti che operando attraverso i vostri pensieri invalidano il vostro vero benessere?
Per imparare ad osservare si può cominciare con l’assumere una posizione più serena e paziente (attenzione non rassegnata) verso gli avvenimenti, considerando che è nelle qualità uniche di ognuno di noi, nelle particolari individualità che risiedono poesia, arte, scienza, vita, grazia, ricchezza. Considerate la pazienza come un atteggiamento etico fondamentale.
Potrete davvero decidere di non fermarvi a quello che avete ottenuto con la vostra determinazione, ma continuare ad indagare su voi stessi. Questo non significa trovare risposte frutto di un pensiero superficiale, indagare significa porre continue domande, e per far questo non è necessario fermarsi,
anzi, la sfida è vivere ammettendo che il disagio, la tensione, la disarmonia esistono e sono montagne interiori più che esterne e la loro presenza è un autentico insegnamento che porta dentro sé la trasformazione. Ma non usate le domande per tormentarvi.
A sostegno di una transizione ottimale, un lavoro sulla consapevolezza può rendere grandi benefici in termini di benessere e valore pratico, e anche se di teorie sul cambiamento personale ce ne sono tante e spesso si annega in semplificazioni terribili, forse vale la pena di provare per trovare una rotta più coerente con la propria interiorità. E per far questo, cercate di capire la vostra vita. Non le parole di chi ha scritto.
Gabriele Dario Belli
CI PUO’ ESSERE UNA DIVERSA VISIONE DELLO STATO SOCIALE?
di Darianna Saccomani
Nel quadro della argomentazione politica di questi ultimi tempi, e soprattutto con l’insediamento del nuovo Governo Monti, c’è un gran parlare di economia, di sociale, di interventi credibili agli occhi degli altri paesi che costituiscono l’Unione Europea, che sappiano dare senso di solidità a quella strana e non ben configurata entità che viene chiamata “mercato”. Tutto questo viene oggi posto con slogan di diverso tipo sui quali campeggia l’affermazione che ogni atto sarà fatto all’insegna dell’equità sociale.
Ascoltando affermazioni, repliche, risposte, proposizioni di vario tipo che provengono dalla classe dirigente del nostro Paese, dichiarazioni pubbliche che più che darmi chiarezza mi lasciano in una profonda confusione. Spesso in queste argomentazioni mi manca: il “soggetto”, ovvero chi farà, chi pagherà, chi dovrà agire, chi si assumerà la responsabilità di queste azioni; mi manca chiarezza su cosa si intenda per “Stato”, ovvero quale sia l’idea di Stato che questa classe dirigente vuole perseguire, vuole affermare; mi manca di capire e di vedere con chiarezza cosa si intende per “equità sociale”; mi manca di capire con chiarezza cosa si intende per “mercato” e, soprattutto, chi siano i soggetti referenti di questo “mercato”. Si sente parlare di “poteri forti”: quali sarebbero tali poteri forti?
Mi trovo a pensare, ad agire – sia come imprenditrice, sia come persona attiva all’interno dell’associazione Trans Genere, sia come persona politica – cercando di interpretare, cercando di comprendere quali siano i piani della discussione, quali i piani progettuali politici, quali i riferimenti. Posso proseguire a ritenere che le mie ipotesi siano corrette, quanto meno suffragate da analisi di fatti e del loro concatenarsi, ma che non mi fanno uscire dal dubbio se mi trovo di fronte ad una chiara strategia di destabilizzazione oppure se l’attuale classe dirigente si trova a “navigare a vista” senza alcun tipo di idea né di strategia reale, senza alcuna idea di come affrontare e orientare la rotta del nostro Paese.
Posso immaginare quale sia l’idea di Stato che verrà espressa dall’attuale Governo Monti, ma nei fatti non posso dire di saperlo, non posso dire di trovarmi di fronte ad un Governo che ha chiaramente espresso qual è la sua idea di Stato e, quindi, quale sarà il presupposto fondativo sul quale agirà e definirà l’insieme dei suoi interventi. Come si può affermare che si giudicherà l’operato del Governo Monti volta per volta sui singoli interventi? Forse che un intervento legislativo non è correlato o, quanto meno, sostenuto da una idea di fondo che lo detta e lo suggerisce? Eppure il Presidente del Consiglio Monti ha affermato con chiarezza che non si ritiene un Governo di transizione o tecnico o altro, ma piuttosto un Governo di legislatura! L’incarico che ha ricevuto Costituzionalmente dal Presidente della Repubblica lo legittima nel suo compito e, per tanto, delegittima ogni pretesa di volerlo condizionare con argomentazioni di tipo populista o falsamente democratiche. Si, perché la democrazia non è una questione opinabile, ma è il rispetto di quelle regole e di quei patti che una società si è data.
Ma appunto qui sorge il problema. Noi abbiamo sicuramente un patto definito e sul quale dovremmo fondare ogni nostra azione e rivendicazione. Possiamo dire che la Costituzione Italiana rappresenta sotto ogni aspetto il “Patto” normativo e costitutivo dello Stato Italiano, la linea guida fondamentale sulla base della quale ogni governo deve (non è che può), pensare le proprie linee politiche e di gestione dello Stato stesso. Il problema sorge nel momento in cui la sensazione diffusa fra le cittadine ed i cittadini è che tale patto costitutivo non ci sia più, quando la consapevolezza del riferimento Costituzionale viene a mancare, quando si inizia a ritenere che la Costituzione sia “roba” solo per i costituzionalisti. No! La Costituzione è “roba” per ogni persona che è cittadina di questo Stato, e quando si parla di ogni persona si intende a partire dalle prime cariche istituzionali fino all’ultima persona facente parte di questo Stato Italiano. Non è un caso, ad esempio, che la figura del Presidente della Repubblica sia proprio quella di Garante del Patto Costituzionale, figura che si pone sopra le parti, perché dovrebbe essere assolutamente di parte, ovvero dovrebbe essere assolutamente dalla parte di quel patto nel quale ogni persona cittadina di questo Stato si riconosce.
Proprio a partire da questo, l’idea stessa di Stato, che ciascuna parte o persona, viene ad esprimere può essere ritenuta legittima solo e quando è conforme, o comunque aderente, a quanto espresso nelle linee guida e generali dettate dalla Costituzione. Diventa legittimo, direi prioritario, chiedere a chi si candida o a chi viene chiamato a porsi nella posizione di una classe dirigente che espliciti chiaramente qual è la sua idea di Stato; diventa necessario farlo soprattutto dopo aver vissuto l’esperienza del governo Berlusconi che ha espresso una idea di Stato non conforme ai principi Costituzionali. La sua idea dello Stato come se fosse una “azienda”, o del suo ruolo come presidente del Consiglio, sono stati conformi a quanto determinato e definito nella Costituzione? A mio parere no! La libertà non è arbitrio, non è fare essenzialmente quello che si ritiene soggettivamente giusto, ma la libertà è la responsabilità personale nei confronti della collettività, è il muoversi entro i limiti dettati dalle regole comuni e definite nelle “carte” fondamentali che l’insieme dei cittadini e cittadine si sono date, ovvero la Costituzione, le leggi, gli accordi e le leggi internazionali che sono state assunte dallo Stato Italiano come facenti parte delle proprie prerogative e delle proprie normative.
Qual è l’idea di Stato del Governo Monti? Soprattutto, qual è l’idea di Stato che i componenti il Parlamento Italiano nelle sue due Camere esprimono? È preoccupante quando si ritene che le leggi le faccia il Governo, e tale pensiero appartiene a quel degrado culturale berlusconiano che ha investito tutta la società italiana. Le leggi le fa il Parlamento! Il Governo le può proporre in via prioritaria, ma non è l’unico che le può proporre, e comunque è il Parlamento che fa le leggi! È la maggioranza che governa il paese! Il Governo non è un organo “direttivo” dello Stato, ma è l’organo “Esecutivo” dello Stato! Forse, quello che manca, alle persone cittadine e anche ai parlamentari è una sana e utilissima ripassata o studio dell’educazione civica!
L’idea di Stato è importante proprio perché contiene nei presupposti quali siano gli elementi fondamentali e prioritari da sviluppare attraverso politiche e legislazione. In uno Stato è fondamentale e prioritaria la persona o l’economia? Parafrasando un versetto della Bibbia, in particolare del Nuovo Testamento: “la persona è al servizio del sabato o il sabato è al servizio della persona?”
Darianna Saccomani
TEOLOGIA E GENERE
di Darianna Saccomani
Il Consiglio Direttivo dell’Associazione Trans Genere mi ha incaricata di curare una sorta di “rubrica” che si occupi di “teologia” e nella quale sviluppare una serie di riflessioni teologiche e sulla teologia al fine di far conoscere e aprire un serio dialogo su questo aspetto.
E’ infatti convinzione del Consiglio che la questione teologica appartiene al campo dei fondamentali della cultura, non fosse anche per il fatto che la teologia ha costituito l’asse fondativa di tutta la cultura umana; non fosse altro per il fatto che il pensiero laico, come quello ateo, nascono da pensatori con una profonda conoscenza e preparazione teologica.
Per una Associazione come Trans Genere, che si occupa di diritto della persona nelle sue diverse espressioni ed istanze, aprire uno spazio di riflessione teologico e sulla teologia significa affrontare dialetticamente, e con maggiore attenzione, una tematica che in Italia è poco sviluppata o che è presente in ristrette nicchie culturali, ma che ha una interessantissima presenza e diffusione a livello internazionale.
In questa rubrica non sarà espresso il pensiero “ufficiale” dell’Associazione, quanto piuttosto l’incontro e la dialettica fra vari pensieri, vari sviluppi, anche con l’ausilio e la partecipazione di altre persone che hanno conoscenze specifiche in questo campo.
Se attraverso questa rubrica si otterrà il risultato di aver suscitato un maggiore interesse ed una più ampia conoscenza del dibattito internazionale sul tema del “genere”, l’Associazione avrà comunque dato un contributo sostanziale ed avrà assolto ad un aspetto del proprio obbiettivo.
Altra fondamentale chiarificazione è relativa alla mia persona, ovvero al fatto che tale compito mi è affidato proprio perché laureata in teologia e, quindi, forse più competente nell’ambito del Consiglio per poter affrontare tale tematica.
Deve essere altrettanto chiaro che io sono persona di parte, ovvero nello svolgimento di questo incarico ci sarà fortemente il mio pensiero e la mia soggettiva e personale linea teologica. Cercherò di avere una posizione dialettica, ma non posso promettere di avere una posizione distaccata o oggettiva. Ho una mia definita posizione teologica ed un mio definito pensiero teologico; sono una persona che ha ricevuto il dono della fede, e proprio per questo non riterrò argomento di discussione o di dibattito la fede che ciascuna persona può, o meno, esprimere o professare. Non è compito teologico quello di andare a dire quale sia la fede giusta o sbagliata, qual è il dio giusto o sbagliato! Sicuramente il dio a cui farò personalmente riferimento nel mio pensiero teologico è il dio di cui si parla nei testi e nelle testimonianze contenute nella Bibbia. Questo non significa che sia il “dio” giusto, ma semplicemente è il riferimento che io ho e che, in quanto tale, non necessariamente viene posto come esclusivo.
Allo stato attuale sicuramente mi definisco una teologa cristiana, ma sicuramente non sono allineata alle linee dogmatiche che il cristianesimo ortodosso o eretico fa riferimento. Proprio per questo motivo io mi colloco fra quel cristianesimo che è, nella sostanza e nella prassi, eterodosso.
Dopo queste precisazioni veniamo a porci alcune domande finalizzate a chiarificare il campo della discussione, quindi quali siano i confini e gli orizzonti di quello che si viene a discutere.
Si parla di “teologia” di “pensiero teologico”, per tanto non si parla di “chiese” o di “clero” nelle sue varie espressioni. Parlare teologicamente o sul pensiero teologico non significa parlare di fede, di dogmi o di questioni relative a dottrine o disposizioni ecclesiali. Parlare teologicamente e di pensiero teologico significa interrogarsi e riflettere e conoscere quali sono i diversi e molteplici sviluppi e campi nei quali si sviluppa un pensiero su dio.
Come avrete sicuramente notato, uso il termine “dio” usando la “d” minuscola, e questo deve essere necessariamente spiegato, poiché non vuole essere un atto dissacratorio, ma piuttosto un chiaro posizionamento teologico. Questa precisazione è necessaria proprio perché la cultura nella quale siamo inserite ed inseriti è determinata da una certa posizione teologica, la quale ha posto il termine “dio” come nome proprio di persona, e non come contenitore ed espressione non definita di un qualsiasi assoluto di riferimento. Per quanto mi concerne il termine “dio” indica un ambito, un luogo nel quale le persone collocano il loro riferimento assoluto, il quale può avere le più diverse identificazioni: può essere una entità extra umana, può essere un riferimento ideale ad un alta umanità. Quando un idea, un pensiero, un progetto o il soggetto del progetto diventano il riferimento normativo dell’esistenza, delle scelte e degli indicativi ed imperativi di una persona, tale riferimento può, a tutti i diritti, essere chiamato col il termine “dio”. Chiaramente il termine in sé indica che c’è un riferimento normativo, ma non definisce né identifica a priori qual è questo riferimento. La specificazione di tale riferimento o la necessità di doverlo specificare, è materia di fede o di dottrina, per tanto già fuori da quello che è l’ambito teologico in sé.
Indubbiamente tutti questi ambiti fanno riferimento alla teologia, ma non sono teologia, né sono espressioni più o meno flessibili o più o meno coerenti.
La teologia, quindi, si occupa di un oggetto ben preciso che è lo studio, la ricerca, il tentativo di comprendere e sistematizzare, di produrre sistemi, a partire da quei riferimenti che possono diventare determinanti per una persona o per un gruppo di persone. La teologia si interroga su qual è il pensiero su dio che soggiace a certe prassi: politiche, economiche, culturali e sociali; le analizza, cerca di comprenderne i punti di forza o le debolezze, cerca di comprendere come le persone vivono la loro esistenza ed in relazione a cosa.
Soprattutto in Italia, scarso spazio e scarsa conoscenza è data in relazione alle molte e ricche riflessioni e linee teologiche che si sviluppano intorno alla questione del o dei generi. Infatti c’è una ricchissima bibliografia ed un corposo dibattito teologico e filosofico sul tema del “genere” che parte dalla riflessione della teologia femminista, dagli sviluppi delle varie teologie della liberazione, le quali hanno poi dato sostanza e concetti ai pensieri che animano e muovono diversi movimenti di rivendicazione dei diritti. Giusto per rendere chiaro qual è la forte correlazione che c’è nella storia fra riflessione teologica e lotta per i diritti civili, basta citare il più grande movimento di rivendicazione del diritto della persona negli USA degli anni 1950 e 1960, ovvero il movimento dei neri d’America, i quali hanno avuto come leader più significativo proprio Martin Luther King, il quale era un pastore battista, quindi un teologo! Ci sono, in vero, anche esempi di tipo diverso, così come quelli relativi ai più significativi sistemi economici di cui ancora oggi si parla molto, i quali nascono generalmente da economisti che svilupparono le loro teorie economiche proprio a partire dal pensiero teologico. Infine, sempre come elemento di chiarificazione, lo stesso Karl Marx era laureato in Teologia, così come la stragrande maggioranza dei filosofi normativi dal settecento al novecento.
La teologia, forse, ha quindi degli elementi importanti da prendere in visione, soprattutto tenendo conto che noi viviamo ed agiamo in Italia dove c’è una profonda e radicata cultura cattolica romana, e questa è palese sia in chi si professa cattolico sia in chi si professa diversamente. Perché? Semplicemente perché è il dato culturale di base che è quello, a prescindere se poi la persona si professa qualcosa o qualcosa di altro. Bisogna prenderne atto, quanto meno per onestà intellettuale, poiché questo è il primo passo per un processo di emancipazione di sé da uno schema culturale che gioca pesantemente sulle nostre esistenze e che ci crea non pochi complessi di colpa.
Darianna Saccomani











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